22.092014

Rifkin e il suo superficiale modello di nuova economia

Dopo aver concepito un’economia basata sull’idrogeno, che dopo dodici anni sembra essere miseramente fallita, ora Rifkin propone un altro modello basato su fonti rinnovabili, internet (delle cose) e stampanti 3D. 

Nel 2002 Jeremy Rifkin pubblicò “Economia dell’idrogeno”, un intero volume dedicato alle prospettive di una gestione democratica e decentrata del sistema energetico, grazie alla ormai raggiunta maturità tecnologica delle celle a combustibile e alla possibilità di alimentarne con idrogeno prodotto a basso costo. Entrambe le ipotesi erano clamorosamente sbagliate, come misi allora in evidenza, in particolare con un dettagliato articolo (“La promessa idrogeno”) sulla rivista Energia.

Con scarsa onestà intellettuale, Rifkin si guarda bene dallo spiegare perché la previsione del 2002 è clamorosamente fallita; in compenso ne inventa un’altra, più pericolosa della precedente. Mentre la maturità tecnologica delle celle a combustibile e quella economica dell’idrogeno erano due colossali bufale, adesso, per costruire un non troppo lontano futuro radioso della società umana, Rifkin mette insieme tre innovazioni di indubbio successo e di altrettanto certo futuro – rinnovabili, internet e in particolare internet delle cose, stampanti 3D –  che a suo dire hanno in comune la caratteristica d’essere a costo marginale quasi nullo.

Per ovviare al fatto che internet, come l’energia eolica e solare, sono caratterizzati da elevati costi d’investimento, Rifkin propone che per queste e altre applicazioni (ad esempio le reti energetiche) tali oneri siano a carico dello stato, il quale dovrebbe destinarvi una parte del gettito fiscale. In tal modo, dimenticando i comparti economici dove è difficile ipotizzare che si arrivi a costi marginali vicini allo zero, Rifkin riesce ad immaginare una società dove al cittadino tutto costi quasi nulla.